Articoli di Giovanni Papini

1926


Armando Spadini

Pubblicato su: Corriere della Sera, anno LI, fasc. 77, p. 3
Data: 31 marzo 1926




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   Armando Spadini, pittore fiorentino, da un anno preciso s'è nascosto nella morte ma il meglio di lui appartiene sempre alla vita. Vivono i figlioli della sua carne, vivono e vivranno le opere, figliole del suo ingegno, ed egli stesso vive come prima e più di prima nell'anima di coloro che gli vollero bene.
   Dopo un anno solo sembra già assurto all'eliso dei maestri statuabili, scortato dall'attenzione dotta dei minossi riconciliati. Ed io ne godo infinitamente perchè quest'adozione sollecita da parte dei grandi archiviatori è la ratifica della mia fede d'un quarto di secolo. Ma la dilatazione della gloria postuma è quasi un furto ai danni dell'amicizia. L'uomo ch'era di pochi diventa proprietà di tutti; l'opere che si ammiravano nelle stanze private, con amici sicuri, con arie di complicità, ora, attraverso ai volgarizzamenti zincografici, son ricchezza comune, a portata d'innumeri occhi. E' come una casa di famiglia dichiarata, a un tratto, monumento nazionale. E allora, per riveder più vivo che mai lo Spadini tutto mio, risuscito i vecchi anni dell'oscurità.
   Quando gli parlai la prima volta, in Porta Rossa, era un bellissimo giovinetto, un po' schivo e peritoso, e chiuso in un vestitino nero attillato che sapeva d'elegante povertà. La corporatura libera e sottile, il colorito fresco, la zazzera sobria, l'occhio ora estatico e ora fiero gli davano l'aspetto d'un gentiluomo minorenne a caccia di fantasie. Nello Sposalizio raffaellesco di Brera c'è, a destra, un giovane lindo e flessuoso che tronca sul ginocchio la sua bacchetta: cambiato il costume è il miglior ritratto ch'io conosca di Spadini com'era ai primi del secolo. Quel figliolo d'un occhialaio fiorentino, che tutti i giorni scendeva gli ottanta scalini d'una casa nera di Via delle Terme, sembrava un adolescente principesco e quattrocentesco caduto in miseria ed esiliato nell'afosa mediocrità del novecento. Mulinava la sua mazzetta come una spada e sbatteva sul fianco i poveri guanti di pelle cenciosa coll'ardita grazia di un lord. Più tardi il fermento celliniano, ch'è in ogni ragazzo fiorentino all'antica, si manifestò in più d'una zuffa; ma in quel tempo Spadini si contentava di battagliare a domicilio.
   A Palazzo Davanzati, nella stanza del Leonardo, era il favorito di tutti: in mezzo a quella covata di sehermagliatori inebriati di pensieri e di superbia egli portava la sua gaiezza naturale e verginale come un fiore di campo in una taverna. E mentre noi si duellava a gran voce scaricando a bruciapelo teorie vecchie e nuove il nostro Spadini, sopra un canto dell'unica tavola, disegnava sul rovescio delle bozze mostri d'epopee favolose, animalacci avvinghiati e ritratti della popolazione dei sogni.
   Il suo maestro morto, in quegli anni, era Leonardo da Vinci e il maestro vivo Adolfo de Carolis, da poco venuto a insegnare nell'Accademia di Piazza San Marco, sicché gli piaceva il disegno fantastico e calligrafico e una pittura sofferente di morbidezza e di nostalgia. Sotto la guida del sorridente Adolfo d'Acquaviva delle Fonti s'era messo a incidere il bossolo e anche per il Leonardo fece parecchie xilografie di fiero gusto, tra il moderno e il prisco. Ma presto i Veneziani di Palazzo Pitti e la natura meglio studiata che non traverso le figure di Leonardo e dei preraffaelliti lo distaccarono da quella gracilità un po' dilettantesca e l'aiutarono a ritrovar meglio la sua sostanza nativa.
   Un giorno si seppe — non da lui che faceva volentieri il misterioso — che s'era rifugiato a Settignano. Andai subito a trovarlo e ci tornai spesso: si facevano insieme delle gran girate verso Gamberaia e Montebeni o nei macchioni di quercioli e di cipressi che abbelliscono selvaticamente le colline domestiche tra Vincigliata, e Castel di Poggio. S'aveva poco più di vent'anni per uno e spesso spesso poco più d'una lira in due; ma la poca età compensava la poca ricchezza e ci pareva d'esser qualcosa tra i cavalieri erranti e i consorti del Magnifico Lorenzo. Il mecenate legittimo e obbligato di Spadini era il padre suo, ottimo galantuomo e amoroso, ma che aveva altri figlioli e non poteva, in quell'epoca di sottili guadagni, mantenerne uno fuori di casa tra le splendidezze. Sicchè aveva preso l'impegno con un caffettiere di Settignano di pagare il caffelatte mattutino d'Armando e al resto pensasse il pittore colle sue pitture. Ma siccome le pitture di Spadini non erano ancor giunte ai prezzi del dopomorte e anche a pochi centesimi con molta fatica e di rado trovavano amatori solvibili, il povero dipintore, benchè sempre in crescenza e d'onesto appetito, era ricorso all'astuzia di nutrirsi tutto il santo giorno, la mattina, a mezzogiorno e la sera, di puro caffelatte, sicchè alla presentazion del conto lo stupefatto genitore si dovette accorgere che i mesi di Settignano eran di novanta giorni e non di trenta soli come nel rimanente dell'universo ma, fattosi un animo risoluto, ridendo pagò. E a quel caffè Spadini andava volentieri, oltre che per risparmiare i due pasti attribuiti ai suoi supposti guadagni, anche per un'altra ragione: e la ragione aveva l'aspetto d'una bella ragazza, figliola del caffettiere, che consolava col suo sorriso campagnolo l'amaro del caffè cicoriato e l'acquosità del latte scremato.
   Codesta bella vita fu interrotta dalla chiamata alle armi. Una mattina vedo arrivare a casa mia, a un quarto piano di Borgo degli Albizi, il mio povero amico con un viso così stravolto e cornaciato che non pareva più lui. Aveva passata la notte in un camerone del deposito coi suoi compagni di leva e costoro, vedendolo sbarbato e con la zazzera fratina, l'avevan preso per un prete e per quanto egli giurasse e spergiurasse per far comprendere il vero esser suo, i più cattivi e i più beceri gli avevan fiatato addosso bestemmie e parole sconce fino all'alba ed era venuto da me, umiliato e furibondo, per sfogarsi, per non scoppiare.
   Povero mio Spadini! Era la stessa fede nella mia amicizia che gli faceva scrivere da Venezia, due anni fa, queste fiere parole: «Caro Giovarmi, sono in battaglia contro gli ebrei e contro gli eretici. Vieni a far da testimone al mio valore. Io entrerei volentieri nel fuoco per le idee che informano la mia pittura, per confondere questi peccatori!» Egli non aveva bisogno della mia testimonianza e tanto meno ne ha bisogno ora che la sua grandezza è riconosciuta, dopo la laurea della morte, anche dai tiepidi distratti, ma posso ben dire che fino dai primi passi della sua gaia e dura vita di pittore egli aveva in sè quella fede gioiosa che non sfugge alle dubbiezze e alle tristezze ma sempre, con la rinnovata creazione, le sormonta.
   Al periodo leonardesco tenne dietro un'epoca tizianesca: gli piaceva far dei bei nudi di donne giovani, ma quelle sue Veneri distese sui velluti rossi avevano sempre il viso un po' asciutto e malizioso delle ragazzotte toscane. Fin da quel tempo egli vagheggiava le grandi composizioni armoniose, popolate di figure in moto in mezzo a una natura fiera e robusta. La povertà, la mancanza di aiuti efficaci e duraturi, il bisogno di produrre quadri di giusta misura per la vendita, gli tolsero di condurre a fine la vasta tela del Mosè salvato dall'acque, che fu il sogno insistente di mezza vita, e di cui restano innumerevoli disegni, frammenti e bozzetti. Anche il bozzetto della Visita a Sant'Anna, una dell'ultime cose dipinte da lui e delle più belle, era la preparazione di un grande quadro che l'avrebbe messo, con maggior diritto, accanto ai potenti maestri dei nostri tre secoli d'oro. La morte l'ha preso nel momento in cui, giunto a miglior stato nel senso temporale della parola, avrebbe potuto cominciare ad esser veramente sè stesso: pittore eroico e religioso alla pari coi maggiori e gli antichi. E cercava, per istinto, gli argomenti sacri che uniscono quasi sempre l'epico, il mistico e l'idillico: conformi al suo spirito giovanile di cavaliere, di poeta, di lettor della Bibbia.
   La sua anima naturalmente cristiana era stata, come tant'altre, compressa dall'aria pesa e nemica del tempo e la sua religiosità aveva preso commoventi forme di misticismo laico e quasi superstizioso. Aveva bisogno di santi, come ogni cuore nobile, ma di santi da lui personalmente conosciuti. Perciò promoveva motuproprio a quell'alta dignità i suoi morti e come patroni si contentava anche dei viventi che l'amavano. Nella sua casa di Roma aveva fatto, accanto al letto, una specie d'altare coi ritratti della madre, d'un fratello morto e di alcuni amici perduti: e giù, nella stanzina di ritrovo, aveva attaccate torno torno alle pareti le fotografie di quelli a cui voleva più bene. Sentiva fortemente l'amicizia, anche verso i lontani, anche verso i morti e la sua fedeltà aveva impeti somiglianti all'amore. Leggeva pochi libri ma li leggeva con tutta l'anima, come un astemio che beve di rado e soltanto per ubriacarsi e una delle sue letture costanti e preferite era il Vangelo. Anche sul letto di morte si raccomandò che i figlioli crescessero cristiani. «Senza la fede — diceva sempre — non si può vivere in pace con sè stessi e non si può neanche dipingere.» Come per natura sensualissimo stimava la castità e la sobrietà sull'altre virtù e le praticava vittoriosamente quando voleva lavorare a qualche opera che più gli premesse o come voto e penitenza per ottenere una grazia da lui solo saputa. In altri tempi sarebbe stato, io credo, un crociato o un romito.
   Ma negli anni che dico io accettava la mezza fame soltanto come una condanna connessa coll'arte sua. E quando poteva non s'alzava da tavola coll'appetito. Mi ricordo che una volta si fu invitati insieme a cena da un'americanina di capello rosso e d'anima ruskiniana che si compiaceva, con misurate spese, di raccogliersi intorno una piccola corte di artisti a somiglianza delle marchese del Rinascimento. Codesta buona figliola, tutta ideale e spirituale nella voce e nell'aspetto, s'immaginava (o le conveniva immaginarsi per ragioni d'economia) che i poeti e i pittori si nutrissero in maniera tutta spirituale e ideale, dimodochè la cena si riduceva a poche fettoline di carne accompagnate da patate lesse senza condimento e da un po' di pane tagliato fine come un velo. La conclusione fu che alla fin del pasto io e Spadini s'era nella precisa condizione della lupa che Dante incontrò nella selva. Si resistè alla meglio ai conversari della damigella preraffaellita, ma prima di svenire affatto si chiese con una scusa licenza e si fece tutta una corsa fino a una trattoria e davanti a un bel vassoio di pastasciutta ben caciata si confortò finalmente lo stomaco ridendo, tra boccone e boccone, del funesto spiritualismo d'oltremare.
   Lascia dire, caro Spadini, i funebri puritani di casa nostra e di fuori: le nostre cene di Firenze, di Settignano e di Roma non erano le mangiate in comune dei bruti, ma riposo e sollevamento dello spirito davanti ai doni della terra e d'Iddio. E se i nostri non potevano agguagliarsi ai conviti dell'Atene platonica, somigliavano almeno alle merende geniali della vecchia Italia quali le ritroviamo nel Sacchetti o nel Vasari.
   E Spadini era nelle piccole e nelle grandi cose profondamente italiano: quasi solo fra i nostri pittori non s'era lasciato trainare dalle mode forestiere e dagli sbizzarrimenti degli ingegni che cercano la fortuna nel nuovo non essendo capaci di raggiunger la grandezza nella tradizione. Nel tempo delle mille eresie egli amò Dio, l'Italia, la famiglia, gli amici e creò quella sua pittura chiara e affettuosa che ha tutte le solidità della terra e le grazie del cielo. I suoi fiori, i suoi alberi, i suoi fanciulli sereni, le sue donne pensierose hanno aggiunto qualcosa al mondo da tutti conosciuto e la sua opera è una viva primavera di carni delicate e d'occhi splendenti. Egli ha riaffermato fin all'ultimo la luce d'Italia contro gli allagamenti degli ermetismi barbarici. E í suoi quadri non sono illuminati soltanto dal sole toscano e romano ma dalla lieta bontà del suo cuore amoroso.
   Un anno fa ho accompagnato il suo corpo rinchiuso nel metallo fino al camposanto di Poggio a Cajano e l'ho lasciato là, dopo un'ultima preghiera, sotto la grave mora delle corone. Ma per me Spadini non è morto e quella parte di lui che vive in me, e mi conforta nell'assenza, avrà fine soltanto al finire della mia vita.


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